Aria nuova tra le nostre cimedi Giovanni Meneghello
Si è scomodata nientemeno che l'ONU per dimostrare che la questione è di quelle che contano, così il 2002 passerà alla storia come l'Anno Internazionale delle Montagne. Lo aveva stabilito l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite già nel novembre 1998, accogliendo le indicazioni della Conferenza su Ambiente e Sviluppo. Nell'ormai famoso Vertice della Terra di Rio de Janeiro (1992), i rappresentanti di 181 Paesi avevano approvato un documento sullo "sviluppo sostenibile nel 21° secolo", un capitolo del quale era interamente dedicato alla Gestione degli ecosistemi fragili e Sviluppo sostenibile delle montagne. Fu un evento clamoroso, mai prima di allora la montagna era stata così in alto nelle sfere della politica internazionale. Tanto rumore per nulla? Atlante alla mano, si direbbe proprio di no: il 48 per cento della superficie terrestre si trova sopra i 500 metri di altitudine, il 27 per cento oltre i 1000 e l'11 per cento oltre i 2000. E non sono territori disabitati: il 10 per cento della popolazione mondiale vive in montagna: 300 milioni tra i 1000 e i 2000 metri, 75 milioni sopra i 2000. Se limitiamo lo sguardo alle catene montuose che ci interessano più da vicino, non è che i numeri siano meno significativi: l'arco alpino si sviluppa su un territorio complessivo di 191 mila kmq, interessando 7 nazioni e quasi 14 milioni di persone, mentre gli Appennini si snodano per 1200 km, dalle Alpi fino al cuore del mediterraneo. Sul territorio montano del nostro Paese vivono 12 milioni di persone in oltre 4 mila comuni, che ogni anno ricevono 50 milioni di turisti. Insomma, il ruolo di parente povero di pianure e città alle montagne non va più bene. Dalle parole ai fatti Ne hanno preso atto i giornali, le cui colonne sono piene di "sviluppi sostenibili", "tutele dell'ambiente", "ecosistemi" e via dicendo, tante formule vuote, velleitarie, che arricchiscono anche il lessico di politici e amministratori locali. Perciò, mentre aspettiamo che l'Anno delle Montagne faccia il suo effetto sugli ambienti che contano - e auspicando che si vada oltre la solita parata delle buone intenzioni -, preferiamo "accontentarci" di quei progetti meno ambiziosi che nascono dalla base e provano a fare qualcosa di concreto per difendere la montagna, soprattutto indirizzando il turismo verso forme più miti e attente a questo "ecosistema fragile". Senza suonare la grancassa dei media e lontano dai riflettori del "circo bianco" - che diventa "verde" nella bella stagione - queste iniziative riscuotono un credito che è in sorprendente rialzo, al punto da far sorgere un pensiero: che sia davvero questa versione "minimalista" il modo giusto di declinare lo sviluppo sostenibile? Come spiegare altrimenti il successo di iniziative come i Sentieri Frassati, itinerari escursionistici "alternativi" che stanno nascendo in ogni parte d'Italia? Itinerari dello spirito Pier Giorgio Frassati (1901-1925), il giovane torinese beatificato il 20 maggio 1990, era un grande appassionato di montagna, socio del Club Alpino Italiano (CAI), oltre che presenza attiva dell'associazionismo cattolico, in seno al quale spese in modo esemplare - fino a sacrificarla per il prossimo - la sua breve esistenza. Perciò, all'indomani della beatificazione, la sezione salernitana del CAI ha trovato naturale dedicargli un sentiero sui monti della Maddalena e proporre che in ogni regione d'Italia si faccia lo stesso. Non alte vie costellate di chiodi e imbrattate di segnaletiche, ma sentieri per tutti, percorribili tutto l'anno, che non trascurano gli alpeggi e le borgate che la "valorizzazione turistica" ha condannato a morire di stenti, o le piccole comunità che si ostinano malgrado tutto a restare appollaiate tra le vette. Così è nato il progetto che ha visto già l'inaugurazione di sette sentieri in altrettante regioni e ne ha altri in fase di allestimento. Questi - che qualcuno ha chiamato "itinerari dello spirito" - nascono generalmente su tracciati preesistenti, per cui non occorre infliggere colpi di piccone al già tanto martoriato territorio del nostro Paese. Solo qualche cartello viene apposto qua e là, nel massimo rispetto per l'ambiente e il paesaggio. Percorrendoli, è facile imbattersi nei "tanti segni della fede" di cui sono disseminate le nostre montagne: chiesette, monasteri, capitelli, crocifissi eretti dagli abitanti delle terre alte per "sacralizzare" il territorio. E da queste "cattedrali dimenticate" del culto popolare, talvolta tornano alla luce opere lignee e pittoriche, anche di pregio. Antichi percorsi che hanno visto piegarsi ginocchia devote e sopportato l'usura dei secoli grazie allo zelo dei pellegrini, o semplici vie di comunicazione con il fondovalle, insediamenti umani ormai abbandonati, ma dove si sente ancora pulsare la vita. Oltre alla natura più selvaggia e alle vette solitarie, nei sentieri Frassati c'è un po' di tutto questo: un connubio di valori naturalistici, storici e religiosi. Cercare Dio nel Creato "Ogni giorno mi innamoro sempre più delle montagne", scriveva Frassati ad un amico, "e vorrei, se i miei studi me lo permettessero, passare intere giornate sui monti a contemplare in quell'aria pura la grandezza del Creatore". Una vera e propria dichiarazione d'amore che dovrebbe far riflettere i moderni "utenti" della montagna, credenti o non credenti che siano. La vetta di un monte, il suo sviluppo verticale, ci costringono ad alzare lo sguardo verso l'alto e ci portano oltre l'orizzonte appiattito in cui siamo immersi quotidianamente. Qualcuno riconoscerà in questo "oltre" i lineamenti del Creatore - che erano così evidenti alla profonda religiosità di Frassati - altri non vi troveranno che il muto manifestarsi dell'ignoto, ma per gli uni e gli altri i Sentieri rappresenteranno un invito a non frustrare questo desiderio di levare gli occhi al cielo in segno di ricerca e di contemplazione. Ma non è tutto: i Sentieri indicano anche la via di un turismo davvero "alternativo", non invasivo e compatibile con l'ambiente; un turismo che "sfrutta" l'immenso patrimonio naturale, storico e culturale delle nostre montagne, ma rinuncia agli investimenti miliardari dei grossi comprensori sciistici e all'espansione edilizia che gli tiene dietro. Un turismo che sostiene le economie locali coinvolgendo nei suoi progetti le comunità alpine e arginandone l'esodo. Sarà questa la via del futuro? Dipende anche da noi: chiunque avesse idee su nuovi percorsi può farsi avanti. Avere un Sentiero Frassati in ogni regione sarebbe già una prima importante conquista. |